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Terra di Storia e Tradizioni

Regione a statuto speciale dell’Italia insulare (25.710 km2 con 5.029.683 ab. nel 2008, ripartiti in 390 Comuni; densità 195 ab./km2), costituita dall’isola omonima, la più estesa del Mediterraneo, e da numerose isole minori (Eolie, Egadi, Pelagie, Pantelleria, Ustica). È lambita a N dal Mar Tirreno, a E dallo Ionio e a S dal Mar di Sicilia (o Mare Africano), che la separa dall’Africa attraverso il Canale di Sicilia o di Tunisi. L’isola ha forma triangolare, da cui l’antico nome di Trinacria, con i vertici: a NE Capo Peloro o Punta del Faro, verso la Calabria, da cui la separa lo Stretto di Messina; a NO Capo Boeo o Lilibeo; a SE Capo Passero. Capoluogo di regione è Palermo.

Il simbolo della trinacria

Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto antiche. La sua storia è articolata e, per alcuni versi, ancora avvolta nel mistero, o comunque, nella indeterminatezza, poichè si ricollega alla mitologia. La Trinacria, simbolo della Sicilia, è composta dalla testa della Gorgone, i cui capelli sono serpenti intrecciati con spighe di grano, dalla quale si irradiano tre gambe piegate all’altezza del ginocchio. La Gorgone è un personaggio mitologico che, secondo il poeta greco Esioso (VIII – inizio VII secolo a.C.), era ognuna delle tre figlie di Forco e Ceto, due divinità del mare: Medusa (la Gorgone per antonomasia), Steno (la forte), Euriale (la spaziosa). Avevano zanne di cinghiale, mani di bronzo, ali d’oro, serpenti sulla testa e nella vita, abitavano presso le Esperidi (figlie di Atlante, abitanti presso l’isola dei Beati, nella parte più occidentale del mondo), ed erano in grado, con uno sguardo, di pietrificare gli uomini.Le spighe di grano sono simbolo di fertilità del territorio.

Le tre gambe rappresentano i tre promontori punti estremi dell’isola: capo Peloro (o punta del Faro, Messina), capo Passero (Siracusa), capo Lilibeo (o capo Boeo, Marsala), la cui disposizione si ritrova nel termine greco triskeles e si ricollega al significato geografico: treis (tre) e akra (promontori): da cui anche nel latino triquetra (a tre vertici).

La disposizione delle tre gambe, facendo pensare ad una rotazione, ha portato gli studiosi a risalire fino alla simbologia religiosa orientale, in particolare quella del dio del tempo Baal nel cui monumento a Vega (Beja, in Tunisia) sopra il toro, vi è una Trinacria, oppure a quella della luna, dove le tre gambe sono sostituite da falci.

In oriente, in Asia Minore, tra il VI ed il IV secolo a.C. la Trinacria fu incisa nelle monete di varie città, in antiche regioni quali: Aspendo (in Panfilia sul mediterraneo orientale), Berrito e Tebe (nella Troade territorio intorno alla città di Troia, tra lo Scamandro e l’Ellesponto), Olba (in Cilicia tra Armenia e Siria) e in alcune città della Licia (sud ovest, sul mare). Pur in mancanza di riferimenti alla conformazione geografica, il simbolo fu utilizzato anche a Creta, in Macedonia e nella Spagna celtiberica (area centro-settentrionale). Omero, nell’Odissea, alludendo alla forma dell’isola, utilizza il termine Thrinakie, che deriva da thrinax (dalle tre punte).

La tesi sulle origini della Trinacria trovano un riferimento sostanziale nella storia della Grecia antica. I combattenti spartani incidevano nei loro scudi una gamba bianca piegata all’altezza del ginocchio: simbolo di forza. Questa immagine si ritrova nei dipinti sui vasi antichi ed è anche in una monografia del 1863 sull’argomento, scritta dal filosofo tedesco K.W. Goettling.

I normanni, arrivati in Sicilia nel 1072, esportarono la Trinacria nell’isola di Man, che la scelse come simbolo in sostituzione di quello precedente (un vascello) di origine scandinava.

Un esempio della rilevanza simbolica della Trinacria nella storia della Sicilia si è avuta il 30 agosto 1302 con la costituzione dell’isola in Regno di Trinacria a seguito della pace di Caltabellotta, alla conclusione della guerra del Vespro che vide la contesa tra gli angioini ed i siciliani ai quali si allearono gli aragonesi. La titolarità del regno era, dal punto di vista formale, assegnata a Federico II d’Aragona, di fatto era indipendente dal resto dei possedimenti angioini nell’Italia meridionale. La Trinacria è presente anche negli stemmi di varie dinastie nobili quali gli Stuart d’Albany d’Inghilterra (forse derivato proprio dal loro dominio su isole del mare d’Irlanda, tra cui l’isola di Man), i Rabensteiner di Francia, gli Schanke di Danimarca, i Drocomir di Polonia e in quello di Gioacchino Murat, re delle Due Sicilie all’inizio del 1800. La Trinacria è al centro della bandiera della Sicilia, di colore rosso e giallo in senso diagonale, approvata nel gennaio 2000. (fonte: www.insiciliavacanze.it)

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Folclore siciliano

Le feste religiose e la loro intensità sono qualcosa di molto interessante riguardo la società siciliana. Nonostante il fervore religioso sia più una manifestazione partecipativa piuttosto che di devozione, la presenza di festeggiamenti associati a feste religiose è abbondante e ricorrente. Indubbiamente le celebrazioni di Sant’Agata a Catania sono un chiaro esempio del binomio “tradizione – società” in Sicilia. Un altro modo di conoscere la Sicilia è attraverso il suo cinema: legato alle tradizioni, mostra un insieme di natura agreste (Vulcano e Stromboli), problemi con la mafia (Il Siciliano) e carattere delle persone (Cinema Paradiso). Fonte: www.siciliainfesta.it

I dialetti siciliani

Rientrano, per molti caratteri comuni, nel gruppo dei dialetti meridionali italiani senza tuttavia presentare uniformemente, in tutte le parlate, i tratti peculiari del gruppo: mentre, infatti, è esteso a tutta la S. l’esito dd (cacuminale) del latino ll (cavaddu da caballus), comune al calabrese, al pugliese e al sardo, la metafonesi condizionata da -i e -u e il passaggio di nd a nn, di mb a mm sono limitati a parte del territorio. I più notevoli caratteri distintivi dei dialetti siciliani sono, nella fonetica, l’esito i e u delle vocali lat. ĭ, ē, e rispettivamente ŭ, ō (per cui si ha pilu e tila da pilum «pelo» e tela «tela», furca e curti da furca «forca» e cortem «corte»); nella morfologia, i frequenti plurali in -ora, il perfetto -au da -avit, il condizionale in -ìa (vurria); nel lessico, la presenza di numerosi grecismi, assimilati sia in periodo preromano e romano, sia durante l’epoca bizantina, e di non molti arabismi (per es., tra quelli limitati alla S., sciurta «guardiano notturno», favara «sorgente»).  Sulla base dei dialetti siciliani si è formata la prima lingua d’arte italiana, tra i poeti della corte di Federico II, e in siciliano esiste una ricca letteratura dialettale, in cui si distingue, per es., l’opera poetica di G. Meli. Si dicono sicilianismi parole, locuzioni, costruzioni sintattiche o anche particolarità fonetiche o morfologiche, peculiari del dialetto siciliano, quando compaiano in contesti non siciliani. Alcuni ebbero notevole fortuna nella lingua poetica italiana, la cui struttura fu per il resto prevalentemente fiorentina e toscana. I sicilianismi poetici sono conseguenza del fatto che, quando i canzonieri dei poeti siciliani furono ‘toscanizzati’, alcune particolarità linguistiche (spesso per motivi inerenti alla versificazione) rimasero inalterate. I principali sicilianismi sono: i tipi aggio e deggio invece dei toscani ho e devo o debbo; l’imperfetto in -ìa (avìa, volìa ecc.), invece che in -éa, per i verbi della seconda coniugazione; il condizionale in -ìa (avrìa, vorrìa, potrìa ecc.), invece che in -èi; il passaggio di ó a ù e di é a ì in parole condizionate dalla rima, fenomeno che in alcuni casi (nui, vui per «noi» e «voi») resiste fino ad A. Manzoni e G. Leopardi. Nei poeti più antichi, s’incontra anche la rima imperfetta (la cosiddetta rima siciliana) tra ó e ù e tra é e ì. ( fonte www.goccediperle.it)

I Carretti Siciliani

 sono uno dei principali simboli del folclore siciliano. Ad Aci Sant’Antonio, importante centro della cosiddetta Scuola d’Arte del Carretto, buona parte dell’economia del paese si basava su queste attività. C’erano più di 16 botteghe che aggregavano centinaia di persone tra artigiani, carrettieri ed apprendisti. Grazie a loro quasi inconsapevolmente con estrema semplicità, oggi è nato il mito del Carretto di Sicilia.

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L’Opera dei Pupi

E’ la rappresentazione del teatro di figura, tipica della Sicilia. particolare tipo di teatro delle marionette che si affermò stabilmente nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. I pupi siciliani si distinguono dalle altre marionette essenzialmente per la loro peculiare meccanica di manovra e per il repertorio, costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio.

La cucina siciliana

E’ strettamente collegata alle vicende storiche e culturali della Sicilia, sia alla vita religiosa e spirituale dell’isola. Si tratta infatti di una cultura gastronomica regionale complessa ed articolata, che mostra tracce e contributi di tutte le culture che si sono stabilite in Sicilia negli ultimi due millenni. Dalle abitudini alimentari della Sicilia greca, rinomate in tutto il mondo antico grazie all’opera di Archestrato, alle prelibatezze dei “Monsù”, i cuochi francesi delle famiglie nobiliari, passando dai dolci arabi e dalle frattaglie cucinate per strada alla maniera ebraica, tutto contribuisce a rendere varia la cucina siciliana. ( fonte: www.siciliainfesta.com) Parlare di gastronomia e cucina siciliana significa rivivere gli odori e i sapori che permeano l’isola, che coinvolgenti il viaggiatore che visita la Sicilia. È impossibile restare estranei e non partecipare all’esperienza gustativa che offre la varia realtà gastronomica siciliana, che propone ricette di pesce, di carni e di verdure, senza escludere dolci e gelati.Il fondamento essenziale dell’arte della cucina siciliana è la fusione delle culture che hanno influenzato i sapori dell’isola. Dai Greci agli Spagnoli, passando per i Romani e gli Arabi, tutti hanno contribuito direttamente o indirettamente a influenzare la cucina siciliana. Le ricette sono caratterizzate dall’uso di differenti tecniche e condimenti, per creare una realtà gastronomica unica in cui convergono tutti i diversi gusti del Mediterraneo.Non si possono non menzionare, poi, i diversi modi siciliani di preparare la pasta: c’è la pasta con le sarde tipica del Palermitano, la pasta ‘ncaciata messinese o ancora la catanese pasta alla norma – con pomodoro, melanzane e ricotta salata. Tipici delle tavole sicule sono anche il “pane cunzato” e il “pane ca’ mieusa”.Ogni area della Sicilia ha i suoi piatti tipici. La parte orientale risente ancora dell’influenza greca, con una preparazione più semplice e l’uso di prodotti naturali della terra, come la melanzana. Al contrario la parte occidentale dell’isola ha vissuto l’influenza araba, caratterizzata da una gran varietà di piatti e una preparazione più ricca e ricercata. La caponata di melanzane è un esempio del trattamento particolare di cui hanno bisogno le verdure, oppure c’è il falsomagro – carne ripiena di prosciutto, formaggio e uovo -, o ancora gli involtini alla palermitana, ripieni di pan grattato, uva passa, pinoli, formaggio, e aromatizzati con alloro e cipolla. La ricercatezza di questo tipo di cucina si spiega con l’ostentazione della ricchezza. Furono gli Arabi che, di fatto, introdussero in Sicilia i diversi tipi di condimento usati nelle ricette, come lo zucchero, gli agrumi, la cannella, lo zafferano, oltre al riso, presente sia nella ricetta degli arancini (una “palla” di riso fritto ripiena di ragù di carne e piselli oppure prosciutto e formaggio), emblema della cucina siciliana e sempre presente nei ristoranti e nelle trattorie.Il pesce è, poi, una parte importante della ricca cucina siciliana. Il tonno ha un’importanza rilevante, senza dimenticare il gustoso pesce spada, preparato in una grande varietà di modi differenti, che si può trovare in qualsiasi mercato del pesce in Sicilia con la sua testa imponente a fare capolino nelle pescherie. Una preparazione particolare è quella “alla ghiotta”, con cipolla, olive, capperi e pomodoro. Oppure si può cucinare il cuscus trapanese col pesce, versione isolana del cuscus di origine magrebina.Un’attenzione particolare la merita la pasticceria siciliana, una delle abitudini culinarie preferite dai siciliani.Tra le varietà di dolci si possono citare la frutta di marzapane (frutta martorana), i cannoli e la cassata. Di origine araba, tali dolci continuarono a vivere grazie alla tradizione che affonda le sue radici nei conventi, i quali perpetuarono le ricette fino a che si estesero per tutta l’isola. Non si può, inoltre, non citare il cioccolato, come quello di Modica, talmente buono da essere esportato soprattutto fuori dall’Italia.Non si possono dimenticare, inoltre, i gelati. A parte le sterili discussioni riguardo al fatto che le origini del gelato siano siciliane o meno, si possono assaggiare gusti veramente squisiti. La specializzazione in questo campo è tale che si possono trovare luoghi di grande tradizione a Catania, Palermo o Acireale. Altri sapori squisiti di Sicilia sono relativi alla grande varietà di vini, la cui grande fama tra gli amanti del vino è assolutamente meritata. Quella siciliana è, quindi, una cucina ricca in sapori, forme e varietà di piatti, aperta alle influenze del meglio della gastronomia di ciascun dominatore passato dell’isola. (fonte: www.isolasicilia.it)

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